28 ottobre 2007

Valentina Lisitsa: Un Angelo al pianoforte

L’anno scorso mi è capitato sotto mano l’ennesima interpretazione degli studi di Chopin, Op10 e Op25: la pianista è Valentina Lisitsa.
Li ho ascoltati volentieri, dentro di me dissi: “ brava! Ma…” come dire, uno dei tanti pianisti che eseguono gli studi di Chopin. Può sembrare un giudizio severo, ma per chi ha fatto il Conservatorio, e di musicisti ne ha sentiti molti, spesso non ti accorgi di cosa ti sta passando davanti. Quindi, per quanto abbia ammirato il video di Valentina, nella mia testa risuonavano gli studi di Chopin eseguiti da Maurizio Pollini. Però le cose belle, si mettono sempre da parte, quindi le masterizzai nel Cd e le misi nel cassetto.
Piano piano, vidi sempre più video di Valentina su Google Video e You Tube, con un notevole seguito di apprezzamenti, anche se in alcuni casi i complimenti erano per ottime esecuzioni orecchiabili. In altri casi, dove Valentina affrontava grandi esecuzioni di difficile ascolto per un neofita, le critiche della massa erano ( e sono), ingiuste.
Allora incomincio a chiedermi: chi è Valentina Lisitsa? Il problema è che non ci sono informazioni sul suo conto, ( almeno prima), sulla sua vita musicale, sulla sua carriera pianistica.
Incominciando a cercare informazioni su Valentina e ascoltando sue incisioni, incominciai a ricredermi su di lei, rendendomi conto che non avevo davanti “il solito interprete, la solita pianista”, ma forse avevo davanti una vera e grande giovane pianista.


Valentina Lisitsa: Studi Sinfonici Op13 di Robert Schumann

Chi è Valentina Lisitsa
Un angelo con il pallino degli scacchi

Nasce in Ucraina e alla tenera età di 3 anni incomincia a suonare il pianoforte ed a 4 anni esegue il suo primo recital. Tuttavia, a differenza della maggior parte dei bambini prodigi, Valentina non ha in mente di fare la concertista. Aveva un'altra sogno: diventare una giocatrice professionista di scacchi!
Valentina, si dice, che abbia un grande dono: un’ottima memoria fotografica, e una notevole capacita di lettura musicale. Questi doni, gli hanno permesso di vincere numerosi concorsi presso il conservatorio di Kiev. Sempre al conservatorio incontra Alessio Kuznetsoff, suo futuro partner ( nella vita e nella musica), il quale riesce a convincerla a provare la carriera musicale.
La giovane coppia decide di partecipare al “Murray Dranoff Two Piano Competition”, forse il concorso per due pianoforti più importante al mondo. In un anno di intenso lavoro, hanno ottenuto un risultato che normalmente richiederebbe forse, decenni di lavoro. Nel 1991 vincono il concorso e oltre al grande prestigio, colgono l’occasione per spostarsi verso gli Stati Uniti, ed iniziare la loro carriera musicale.

Valentina Lisitsa plays Liszt's Rhapsody n°12



Valentina Lisitsa, forse non è ancora cosciente del dono che ha e forse “questa è la sua fortuna”. Chi la sente suonare la immagina come un “angelo che gioca col pianoforte”, ignara del suo dono, perché per lei è naturale, per lei è così, non è, e non la intende come una competizione; per lei la musica è un qualcosa che ha dentro, le gare ed i concorsi non hanno senso. Come si fa a non dargli ragione, in un mondo dove “l’avere e l’apparire è tutto” se lei è “l’ingenua”, sicuramente noi siamo degli stupidi, o per dirla alla Nietzsche “umani troppo umani”…Inizia la sua carriera solista, collabora con le sale da concerto più prestigiose, da New York al Carnegie Hall e Avery Fisher Hall, al Musikverein di Vienna, al Concertgebouw di Amsterdam.


Valentina Lisitsa: Studi Sinfonici (parte 2)

Il pianismo di Valentina Lisitsa unisce due grandi doti: una magistrale padronanza tecnica, un profondissimo senso musicale e un’interpretazione conseguente ad un’approfondita analisi.
Un famoso critico ha scritto “la performance di Valentina Lisitsa mi ha provocato una sincera emozione; è una grandissima artista!”.
Valentina Lisitsa è personaggio schivo, riservatissimo, il suo modo di suonare è eclettico ed elettrizzante...


Valentina Lisitsa: Studi Sinfonici ( parte 3)

Nel presentare Valentina ho scelto gli studi sinfonici di Schumann per due motivi: il primo riguarda l’enorme difficoltà di esecuzione, la bellezza e l’originalità di quest’opera. In secondo luogo, ho preferito questa esecuzione in quanto lontana dai soliti formalismi alle quali siamo abituati.
Infatti notate che l’esecuzione degli Studi sembra più una “versione casereccia”, lontana da quei formalismi teatrali, come dire: lei è così, non si prepara per stupire, lei è ciò che suona.
Lo stesso vale per l’esecuzione della Rapsodia Ungherese di Liszt; è un’esecuzione intima dove c’è un tecnico del suono che sistema il palco e lei nel frattempo suona, del resto ognuno di noi ha il suo modo di passare il tempo, Valentina esegue una delle Rapsodie più virtuose che ci siano.

Complimenti Valentina, sei veramente una grande pianista


Valentina Lisitsa plays Rachmaninoff Etude Op. 39 No. 6


23 ottobre 2007

L'unica dignità degli italiani è la loro capacità ad annientare se stessi

Ohibò! In questa settimana leggendo le notizie che circolano su internet, meno in Tv ( questo lo sappiamo), sono rimasto basito nel constatare a che livelli di indegnità e abiezione il nostro paese sia arrivato.
Oramai tutti sappiamo che anche la “mafia” si evolve, quindi, quando si pensa alla “mafia” non dobbiamo più immaginarcela come nel passato, cioè fatta di lupare e frasi celebri come nel film “ Il Padrino”; no! Anzi oggi la mafia è la più grande “azienda italiana” con un fatturato record di 90 miliardi di euro l’anno: Mafia SPA.
La Fiat, Mediaset – Fininvest ecc ecc gli fanno un baffo! Di conseguenza si intuisce che l’azienda “mafia SPA” ha molti dipendenti visto che riesce a superare il fatturato della Fiat e di Mediaset.
Quanti saranno i lavoratori di questa facoltosa azienda?! Ma! Non ci è dato saperlo, però, secondo me “mafia SPA” conta su una milionata di persone. Se in Italia non c’è limite alla vergogna, visto che manca il lavoro e quel poco che c’è è precario, allora andiamo tutti a bussare alle porte di “mafia SPA”, tanto in Italia da qualche parte, nel culo bisogna prenderlo.

Non contenti, ci vogliono anche far pagare le tasse per i Blog. L’idea è del “geniale ometto” sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ricardo Franco Levi.
Su via non lamentiamoci, visto che la “mafia SPA” ha un fatturato di 90 miliardi di euro all’anno è giusto che i Blog vengano tassati. Non fa una piega!
Successivamente, visto l’affermazione spudorata, interviene Gentiloni il quale dice: «l’allarme lanciato da Beppe Grillo e ripreso da molti commenti al mio blog è giustificato», scrive online il Ministro delle Comunicazioni, aggiungendo che il ddl editoria contiene «un errore da correggere», ovvero la norma a suo avviso ambigua sull’iscrizione al Roc per i blog.
Meno male che si sono accorti che c’è un errore da correggere! Però mi scusi Sig ministro se c’è un errore è implicito che debba essere corretto. Come può un ministro delle comunicazioni fare un errore di Logica Elementare?! Cioè, non per essere pignolo ma ci vuole coraggio e molta fiducia a credere in persone come voi. Comunque, grazie al ministro oggi abbiamo imparato che esistono “errori da correggere”, chissà forse esistono anche “errori da non correggere”.

Non contenti l’opposizione non fa altro che dire: “ Prodi è finito, il governo cade, subito alle elezione”. Ora! Che Prodi sia finito lo sapevamo, che questo e quello precedente siano stati i peggiori governi lo sapevamo, tuttavia mi domando e dico come si possa andare al voto con questa legge elettorale? Come si fa a pretendere di andare al voto con una legge che non ti permette di scegliere il candidato politico? Come si fa! Dire che questa legge è anticostituzionale è dire poco.

Per quanto riguarda il caso “Mastella – De Magistris”, mi astengo… Visto lo stato attuale delle cose, o ci si iscrive nella azienda “mafia SPA”, oppure non ci resta che fare un bel biglietto d’aereo e cambiare paese.



04 ottobre 2007

L'origine della menzogna



Ecco un breve excursus sulle varie origini filosofiche della bugia, come si è tramandata fino ai giorni nostri e come la filosofia ha cercato di analizzarla.




Il vero problema della bugia non è che essa sia riprovevole dal punto di vista morale, quanto piuttosto che non sia possibile dirla bene. Che insomma non esiste la bugia perfetta. Lo scoprì circa cinquecento anni prima di Cristo Epimenide, uno dei sette sapienti che di mestiere faceva il profeta e il taumaturgo. Fu lui il primo ad enunciare il paradosso del mentitore che perciò si chiama anche paradosso di Epimenide. Esso consiste nello stabilire se quando Epimenide che era cretese, affermava: "Tutti i cretesi sono bugiardi", diceva la verità o mentiva. La cosa appare indecidibile e paradossale, perché se dicesse la verità Epimenide mentirebbe, viceversa se mentisse direbbe la verità. Se infatti è vero che tutti i cretesi sono mentitori allora anche Epimenide dovrebbe dire solo bugie ed in particolare sarebbe una bugia la frase: "Tutti i cretesi sono bugiardi". Ma se fosse così allora non sarebbe più vero che tutti i cretesi sono bugiardi e quindi neppure Epimenide lo sarebbe perciò direbbe la verità quando afferma che tutti i cretesi sono bugiardi e così via all'infinito. E' chiaro dunque che non è possibile decidere se Epimenide dica la verità o menta. L'unico che non lo capì fu l'apostolo San Paolo che in una delle sue lettere scrisse, alludendo proprio a Epimenide, "Uno di loro, proprio uno dei loro profeti, disse che i cretesi sono sempre bugiardi".

IL PARADOSSO ORIGINALE
Per rendere più chiara la natura del paradosso il filosofo greco Eubulide di Mileto decise di riformularlo. La sua proposta era quella di chiedere ad un mentitore di rispondere alla domanda: "Menti quando dici di mentire?". Se il mentitore risponde "Si, sto mentendo" sarà evidente che non sta mentendo, infatti se un mentitore dice di essere effettivamente tale dice la verità. Ma allora non è più un mentitore. D'altra parte se risponde "No, non sto mentendo" allora è vero che sta mentendo e perciò è un mentitore. Ma allora non possiamo credere alla sua affermazione. Insomma qualsiasi cosa il mentitore dica non possiamo decidere se sia vero o falso.
La paradossalità della situazione emerge forse nel modo più chiaro nella formulazione elaborata dal matematico francese P.E.B. Jourdain nel 1913. Basta prendere un biglietto e scrivere su un lato la frase: "La proposizione scritta sull'altro lato di questo biglietto è vera", poi girarlo e scrivere sull'altra facciata: "La proposizione sull'altro lato di questo biglietto è falsa". Le due frasi rinviano l'una all'altra contraddicendosi, all'infinito e si potrebbe passare una vita girando e rigirando il biglietto nel vano tentativo di capire quale delle due frasi sia vera e quale invece sia menzognera.

NEL MEDIOEVO
Generazioni di filosofi, logici e matematici hanno tentato inutilmente di venire a capo della questione. I filosofia medievali gettarono subito la spugna e crearono la categoria degli insolubilia nella quale classificarono tutti i problemi che non riuscivano a risolvere e i paradossi come quello del mentitore. Il primo tentativo serio di soluzione fu fatto da Bertrand Russell il quale sostenne che questo come gli altri paradossi nasce da un circolo vizioso dovuto al fatto che in questi casi si pretende che un insieme possa contenere elementi definitibili soltanto per mezzo dell'insieme stesso.
Questo sarebbe particolarmente evidente nella formulazione di Epimenide la quale definisce l'insieme dei cretesi come composto da soli bugiardi, escludendo cioè categoricamente la possibilità che esiste un cretese che dica la verità. Per rendere più chiaro questo discorso Russell creò nel 1918 un altro paradosso, quello del barbiere. Supponiamo che in un villaggio ci sia un solo barbiere e definiamo "barbiere" come colui che rade tutti gli uomini del villaggio che non si radono da soli. A questo punto ci si chiede: chi rade il barbiere dal momento che egli appare sempre ben sbarbato. Non può radersi da solo perché per definizione egli rade solo e unicamente tutti gli uomini del villaggio che non si radono da soli, se dunque egli si rade da solo, non può radersi. Dunque non si rade ma se non si rade viola la premessa secondo la quale egli rade tutti gli uomini che non si radono da soli. In base alla definizione di barbiere egli è infatti tenuto a radere tutti gli uomini del villaggio che non si radono da soli, ed egli non si rade da solo dunque sarebbe tenuto dalla definizione a radersi.

DEFINIRE LE CATEGORIE
Qui risulta abbastanza evidente che il problema è quello di definire a quale insieme appartenga il barbiere vale a dire a quello che include gli uomini del villaggio che si radono da soli, o a quello che include gli uomini del villaggio che non si radono da soli e dunque vanno dal barbiere. Di fatto, spiega Russell, il barbiere non appartiene a nessuno di questi due insiemi e il circolo vizioso e il paradosso si generano quando si tenta ostinatamente di includerlo in uno dei due. Analogamente nel caso del mentitore l'errore consiste nel negare la possibilità di un cretese che dica la verità.
Ma si tratta di una soluzione solo apparente, essa infatti non funziona con quelle formulazioni come quella di Jourdain nelle quali non si ha a che fare con insiemi. Una soluzione più interessante anche se anch'essa non risolutiva fu data nel 1969 dal filosofo e logico polacco naturalizzato americano Alfred Tarski il quale chiarì che il linguaggio non ha un solo livello ma almeno due, il secondo dei quali, il metalinguaggio consente di discutere senza creare confusione e standone quindi all'esterno, le proposizioni e le affermazioni fatte con il linguaggio vero e proprio. In base a tale proposta il mentitore può, usando il linguaggio normale dire il falso mentre non può, usando sempre lo stesso linguaggio, dire qualcosa sul valore di verità della proposizione "Io sto mentendo", per questo bisogna utilizzare un metalinguaggio altrimenti la proposizione del mentitore risulta contemporaneamente quella con cui si parla e quella di cui si parla e, dice Tarski è proprio da tale confusione ed ambiguità che nasce il paradosso. In definitiva l'idea di Tarski era che non si può definire e capire che cosa s'intenda con le parole "verità" o "falsità" quando il livello del metalinguaggio è confuso con il linguaggio stesso. Insomma il paradosso del mentitore nascerebbe da un uso improprio e incoerente del linguaggio. Per risolverli basterebbe individuare il livello metalinguistico giusto.

LE SOLUZIONI POSSIBILI
La proposta è indubbiamente più interessante di quella di Russell ma purtroppo come ha fatto notare il filosofo di Princeton Saul Kripke non può essere considerata una soluzione definitiva né pienamente soddisfacente. Prendiamo in considerazione, suggerisce Kripke, due diverse proposizioni. La prima pronunciata da John Dean, ex consigliere della Casa Bianca, è: "Tutte le affermazioni di Nixon a proposito del caso Watergate sono false". L'altra pronunciata dall'ex presidente Nixon dice: "Tutte le affermazioni di Dean sul caso Watergate sono false". In questo caso sostiene Kripke non è possibile seguire il suggerimento di Tarski ed individuare un livello appropriato di metalinguaggio che consenta di dare una definizione di verità tale che sia possibile decidere se Dean dica la verità e Nixon invece menta o viceversa. Infatti la frase di Dean: "Tutte le affermazioni di Nixon a proposito del caso Watergate sono false" dovrebbe trovarsi ad un livello linguistico più alto rispetto a quello delle affermazioni di Nixon. Ma analogamente l'asserzione di Nixon: "Tutte le affermazioni di Dean sul caso Watergate sono false" deve troversi ad un livello più alto rispetto a quello delle affermazioni di Dean. Insomma si innesca una sorta di rincorsa all'infinito nel tentativo di individuare il livello metalinguistico più appropriato.
La vera soluzione secondo Kripke consiste nel inserire tra i valori classici di verità e di falsità anche "il paradossale" che non coincide né con il vero né con il falso ma vuol dire semplicemente"non valore di verità" vale a dire che le frasi paradossali non sono né verità né bugie.
Purtroppo neppure in questo modo si può considerare risolto il paradosso del mentitore perché lo si può formulare in modo ancora più insidioso e difficile. Basta ad esempio scrivere sulla seconda facciata del biglietto di Jourdain: "La proposizione scritta sull'altro lato di questo biglietto è falsa o paradossale".
L'amara morale che si può trarre dai reiterati e infruttuosi tentativi di risolvere il paradosso del mentitore è che il destino della menzogna è segretamente ma inestricabilmente legato a quello della verità e così come nessuno è in grado di raggiungere la verità neppure è possibile dire una bugia perfetta. Dobbiamo accontentarci insomma di verità che un giorno verranno dimostrate false e di bugie che prima o poi verranno smascherate. A pensarci è un destino infame questo che ci nega non solo la verità ma persino la bugia.


Di FEDERICI DI TROCCHIO