I GRECI HANNO CREDUTO NEI LORO MITI?
Porre la domanda del mito nel suo rapporto alla conoscenza ed al razionale, opponendolo o al contrario paragonandolo alla scienza (nella sua ricerca di verità) equivale ad interessarsi al suo valore epistemologico: in quale misura può esistere un'adesione ai miti? Ed il mito può costituire una tappa della conoscenza, anzi della scienza? Si tratterà quindi di stabilire lo statuto del mito nella gerarchia dei livelli di conoscenza. Qual è la sua potenza istruttiva? Questa è almeno la domanda comunemente fatta, per quanto riguarda il credere nei miti, a proposito dei Greci. I Greci credevano nei loro miti? Ed è anche quest'ultima domanda che si poneva vent'anni fa in un celebre saggio Paul Veyne, rimettendo in questione, dopo Foucault, l'idea dell'unilateralità storica, ed alla quale fornisce una risposta originale, riformulando la domanda e ricollocandola in un campo diverso da quello epistemologico.
La problematica si sviluppa intorno alla nozione del credere, come se l'accezione greca della parola "credere" rendesse accettabile il mito, facendolo diventare un elemento della ragione. Ci sono infatti diversi gradi e modalità del credere. Certo, il mito non è, a differenza di quello che costituisce oggi per noi la favola, la leggenda, uno sconvolgimento della ragione. Esso esprimeva, sostituiva una falda della lingua, interveniva in caso di aporia, come lo prova il suo uso nel dialogo platonico, in cui gli è data una funzione nuova, che permette di considerare sotto un punto di vista originale la nozione di mito.
Come si può credere a metà o credere a cose contraddittorie? Come possiamo capire oggi se i Greci abbiano creduto alla loro mitologia? Non tutti credevano che Minosse continuasse ad essere giudice negli Inferi, né che Teseo avesse combattuto il Minotauro, ed essi sapevano che i poeti "mentono". Tuttavia, il loro modo di non crederci continua ad imbarazzare: poiché Teseo, ai loro occhi, era comunque esistito, bisogna solamente «epurare il Mito con la Ragione» (Plutarco, Vita di Teseo), e ridurre la biografia del compagno di Eracle al suo nocciolo storico. L'epurazione del mitico attraverso il logos non fa parte della lotta tra superstizione e ragione: il mito e il logos non si contrappongono come l'errore e la verità. Il mito era per i Greci argomento di approfondite riflessioni e loro non avevano finito di preoccuparsene ancora sei secoli dopo il movimento dei Sofisti. Lungi dall'essere un trionfo della ragione, l'epurazione del mito attraverso il logos è un programma molto superato.
Per cui, non si può certo negare che si sia creduto per molto tempo ai miti, fondandosi su programmi molto diversi da un'epoca all'altra, è vero. Generalmente si crede nelle opere dell'immaginazione, si crede alla religione, si crede a un romanzo mentre lo si legge; tuttavia, in certe società, alcune di queste opere sono ritenute delle finzioni, facendo parte del campo dell'immaginario. Ma queste costruzioni fantastiche che si succedono l'una all'altra e che sono state tutte ritenute vere, hanno i più diversi stili di verità; l'immaginazione che costituisce questi stili non ha nessuna coerenza, essa segue la casualità della ragioni storiche. La verità sarebbe quindi la più variabile delle misure. Essa non è una costante trans-storica, ma una creazione dell'immaginazione costituente.
In accordo con il pensiero di Paul Veyne, si risponderà quindi alla domanda iniziale dimostrando che essa non può essere posta: è anacronistica. Il mito era una forma di risposta alle aspettative intellettuali e morali dell'uomo, ed esso si poneva la domanda del perché e del come del mondo (nella "cosmogonia"); inoltre rispondeva alle aspirazioni umane verso il sacro (nella "teogonia"). La nozione stessa di credere però, l'approccio stesso di una verità, non erano intesi come tali. Non è quindi che il mito non abbia mai avuto un'aura di verità, avvicinandosi a un modo di pensiero razionale. Ma non si può neanche parlare di una potenza didattica razionale del mito. Per cui, non ci si può chiedere, secondo criteri attuali, se i Greci avessero creduto nei loro miti o meno, se ci avessero creduto come si crede nella scienza: fare questo sarebbe applicare una concezione attuale a un dato che non ci è riconducibile. In fondo, tornando al pensiero di Paul Veyne, il mito aveva innanzitutto un'altra funzione da quella di sostituirsi alla scienza o di rinforzarla, cioè una funzione di coesione culturale. Per cui, si deve spostare la domanda dal campo epistemologico al campo socio-culturale, senza pensare che i Greci abbiano fatto propria la morale dispensata dai racconti mitologici. La questione dell'adesione diventa allora inesistente secondo termini attuali.
di Aude Skalli
aporia: dal greco ἀπορία (passaggio impraticabile, strada senza uscita), nella filosofia greca antica indicava l'impossibilità di dare una risposta precisa ad un problema poiché ci si trovava di fronte a due soluzioni che per quanto opposte sembravano entrambe apparentemente valide.
Paul Veyne, storico del mondo greco-romano, è professore al Collège de France.
Come ci ha insegnato Foucault, non sono soltanto le «verità» o le idee ad avere una storia, ma il criterio stesso di vero e di falso. Né logica elementare di una umanità fanciulla, né ricordo leggendario di fatti realmente accaduti nel più lontano passato, il mito è soltanto una vecchia «verità» che è stata sostituita da una nuova, con la quale intrattiene solo labili analogie. Il volume racconta la storia di alcune di queste «verità» nel contesto di quel pensiero greco in cui i moderni hanno riconosciuto la nascita della storia, della ragione, della scienza. Veyne ritiene che la «verità» sia l’effetto mutevole del variare dei rapporti di potere e degli interessi: nessuna «verità» è migliore o più giusta di altre, è semplicemente incommensurabile con le precedenti o le successive perché i suoi orizzonti sono cambiati e ancora cambieranno. È più proficuo allora indagare il «programma di verità» della cultura greca: è quanto fa Veyne, attingendo a Platone, Aristotele, Pausania, Cicerone, Eusebio.





3 commenti:
Commento con notevole ritardo questo post, proponendo un esperimento mentale.
Facciamo un ipotetico salto nel futuro di 3000 anni. Gli archeologi del 5008, studiando le tracce della nostra civiltà e della nostra cultura, si imbattono nelle chiese, nella Bibbia e nei Vangeli e si chiedono: ma questi qui hanno veramente creduto nei loro miti?
Che differenza c'è tra religione e mito? Dall'alto di quale presunta saggezza noi giudichiamo la credulità e l'incoerenza dei Greci?
Dato un tempo sufficiente, così come l'attualità si trasforma in storia, la religione si trasforma in mito. E viene puntualmente rimpiazzata da una nuova religione, più in linea coi tempi ma non per questo meno irrazionale o incoerente di quella che l'ha preceduta.
Non essendo grecista nè antropologo, ma sapendo qualcosa di biologia, mi permetto di presumere che la mente dei Greci non poteva essere molto diversa dalla nostra. Alla fin fine, siamo tutti Homo Sapiens Sapiens. Alla fin fine, i nostri modelli mentali astratti sono estensioni di modelli mentali molto concreti, evolutisi per far fronte a esigenze ed emozioni legate alla vita pratica, come la paura della morte, il riconoscimento dell'autorità superiore, la ricerca di spiegazioni a fenomeni naturali e il conforto al dolore. Esattamente gli stessi meccanismi che stanno alla base delle religioni, siano esse antiche o moderne.
Quello che noi abbiamo spiegato con la scienza i greci cercavano di spiegarlo in altri modi. E, come dice entj, in fondo, anche noi crediamo a numerosi miti. Come possiamo biasimare i Greci?
(Davvero un blog interessante, il tuo)
:)
A presto...
Premetto scusate l’enorme ritardo, ma sono sempre indaffarato!!!
Entj: credo di aver capito quello che vuoi dire e sono d’accordo con te; in un ipotetico salto nel futuro, gli archeologi troverebbero il “peggio di noi” e cioè le nostre fisime trasformate in monumenti. Però tra religione e mito c’è qualche sottile differenza, per alcuni inutile, per altri interessante. Il mito ai tempi dei Greci era il modo più semplice di spiegare le cose, ( Platone per antonomasia), senza ricorrere a iperbole sinaptiche come in Kant e Hegel ecc. Anche Freud ( complesso di Edipo), si serve del “mito” per spiegare un qualcosa che la “gente comune” non avrebbe mai capito, scritto in un linguaggio alla Kant o alla Nietzsche ecc
Mentre la religione, se da una parte cerca di dare una spiegazione ( a mio avviso assurda), sull’esistenza, dall’altra si “incatena suoi dogmi”, sulla fede, cioè su una certezza che non è dimostrabile. Il mito è più il “deus ex machina, il dio tappabuchi”, che nel momento di bisogno veniva calato nel teatro.
Daltrocanto come tu affermi: “Dato un tempo sufficiente, così come l'attualità si trasforma in storia, la religione si trasforma in mito. Su questo non ci piove!!!
Demian: innanzitutto benvenuto :-)
Giustamente i Greci si “affidano e/o cercano di affidarsi” alla scienza per sciogliere molti nodi, Democrito, Ippocrate, Empedocle, Archimede, ecc sono degli esempi esaustivi, poi arriva Platone col “mondo delle idee” e “ad-dio”, in tutti i sensi. Celebre è la frase di Heidegger, ( sulla scia di Nietzsche): “la metafisica è l’oblio dell’Essere”.
Però ciò che mi incuriosiva è se anche la gente comune ( ai tempi dei Greci), credesse ai miti, nel senso che a noi quello che ci è arrivato di quel popolo è l’espressione ( forse anche un po’ eclettica, fantasiosa ecc), di letterati, filosofi ecc ecc . Molto probabilmente la gente comune non sapeva neanche chi fosse Platone, e il suo “mondo delle idee”, e non credo che la gente comune si imbattesse sui sillogismi aristotelici, per non dire che prima di Aristotele non esistevano le categorie, quindi nemmeno il concetto di grammatica. Certo le persone parlavano e scrivevano, senza però aver “coscienza di cosa fosse un sostantivo”.
La mia opinione è che la gente fosse sì influenzata dai miti e dalle religioni, ma è anche vero che molti ( come oggi), fossero troppo presi da problemi pratici, come sopravvivere, mangiare, “prendersi cura dei figli” ecc ecc, quindi tutte queste cose passavano come dei “flussi”, senza sfiorarli.
Ne consegue che non possiamo pensare alla Grecia solo sulla base di ciò che ci è stato tramandato, in quanto troppo riduttivo. Questo per dire come afferma Entj " Alla fin fine, siamo tutti Homo Sapiens Sapiens" e i Greci giustamente non sono molto diversi da noi.
Pausa vado a mangiare :-)
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