Il Vangelo secondo la Scienza: Le Colonne d'Ercole dell'induzione
Le Colonne d'Ercole dell'induzione
Uno dei miti religiosi dell'Occidente riguarda un essere che, nato per divina concezione da una donna, com-pie vari prodigi nella sua vita terrena, fra i quali una discesa agli inferi, e infine ascende al cielo per sedersi alla destra del padre. Stiamo parlando di Ercole, la cui storia è tanto evangelica da aver spinto l'apologista Giustino a considerarlo un precursore di Cristo.
Ercole era figlio di Giove e Alcmena, e la sua nascita scatenò la gelosia di Giunone per la scappatella del marito. Ella cercò dapprima di uccidere il bimbo, mettendogli due serpenti nella culla, ma Ercole li strangolò con le sue mani. Giunone lo condannò allora a essere schiavo del re Euristeo, che lo costrinse a compiere le dodici immani fatiche che portano il suo nome, e simboleggiano i segni dello Zodiaco: fra di esse, l'uccisione dell'Idra a nove teste, la cattura del toro di Creta ( padre del Minotauro) nel labirinto di Creta e la cattura del cane infernale Cerbero. Dopo queste imprese Ercole ricevette in sposa Ebe, coppiera degli dèi e dea della giovinezza, ed entrò a far parte dell'Olimpo.
Una delle dodici fatiche consistette nella conquista dei tori di Gerione, un gigante con tre corpi che regnava in Spagna. Per compierla Ercole dovette affrontare un lungo viaggio, e giunto a Gibilterra spezzò una mon-tagna in due, pose le due metà a guardia dello stretto, e segnò cosi gli invalicabili confini che vennero chiamati le Colonne d'Ercole, oltre il quale nessun essere umano avrebbe dovuto spingersi.
Colui che oserà avventurarvisi fu Ulisse, anche se non secondo la tradizione classica. L'Odissea termina infatti con il ritorno dell'eroe in patria, e il libro XI annuncia il seguito della storia: l'indovino Tiresia, con-sultato da Ulisse nel regno dei morti, gli annuncia che dopo il suo ritorno egli ripartirà per un nuovo viaggio, e tornerà poi definitivamente in patria per finirvi i suoi giorni al temine di una lunga e serena vecchiaia.
Fu Dante a inventare un finale alternativo, nel Canto XXVI dell'Inferno. Egli immagina che Ulisse, dopo es-sersi allontanato da Circe, decida di proseguire il suo viaggio per «divenir del mondo esperto, e de li vizi umani, e del valore». La temerarietà dell'impresa, che costerà la vita all'eroe e ai suoi compagni, è simboleggiata proprio dal fatto che Ulisse si spinge attraverso quella foce stretta
dov'Ercule segnٍ li suoi riguardi
acciٍ che l'uom più
oltre non si metta.
Un finale analogo fu proposto nell'Ottocento dal poeta inglese Alfred Tennyson, in Ulysses. Questa volta l'eroe torna a casa, ma quand'è ormai vecchio e stanco intraprende la sua ultima avventura. Ancora una volta si tratta di un viaggio oltre gli ultimi confini, verso le isole che si favoleggiava fossero al di là delle Colonne d'Ercole:
'Tis not too late to seek a newer world...
It may be that the gulfs willwash us down;
It may be that we shall touch the Happy Isles,
And see the great Achilles whom we knew.
Non è tardi per cercare un mondo nuovo...
Forse i gorghi del mare ci affonderanno;
forse toccheremo le Isole Fortunate,
e rivedremo il grande Achille che conoscevamo.
In tutte le versioni del mito Ulisse è l'eroe della conoscenza, il viaggiatore che vuole tutto vedere e tutto sperimentare. Ma se in Omero egli appare come un ricercatore accanito, che raggiunto l'obiettivo finale trova requie, in Dante e Tennyson egli è presentato invece come un posseduto, pronto a rischiare la vita per l'impossibile raggiungimento del sapere ultimo.
Il passaggio dall'Ulisse omerico a quello dantesco è caratteristico di un cambiamento di prospettiva, dall'eroe freudiano a quello junghiano: il primo è giovane e va alla scoperta del mondo esterno attraverso un viaggio fisico, il secondo è maturo e si dedica alla ricostituzione del suo mondo interno mediante un viaggio mentale.
La reincarnazione moderna dell'eroe omerico è l'intellettuale che si dedica alla conoscenza in maniera pro-fessionale, da ricercatore, professore, accademico. La versione dantesca e romantica è invece impersonata dal pensatore disposto a spingersi oltre le Colonne d'Ercole del sapere, verso le idee trascendentali della ragione e le verità ultime la cui ricerca, come Kant e Godel hanno dimostrato, rischia di provocare il naufragio intellettuale, l'inabissarsi nell'inconsistenza e nella contraddizione, l'annegare nel discorso vuoto.
Molti scienziati «normali» si sono nascosti dietro i paraventi kantiano e godeliano, concentrandosi sulle specificità di un lavoro parcellizzato e sempre più specialistico, e abbandonando le problematiche trascendenti nelle mani dei teologi o dei ciarlatani.
Fortunatamente, però almeno per i nostri scopi, alcuni scienziati «eccezionali» si sono mostrati sensibili alla «orazion picciola» dell'Ulisse dantesco, e disposti ad avventurarsi in acque perigliose, nel tentativo di rispondere a vecchie e assopite domande in maniera nuova e stimolante.
Nei prossimi quattro capitoli esamineremo dunque le interpretazioni teologiche di quelle branche della scienza che, per loro stessa natura, guardano verso i confini dell'universo, e sono comprensibilmente indotte nella tentazione di sbirciare anche al di là di essi: la cosmologia relativistica dell'enormemente grande e la fisica quantistica dell'enormemente piccolo.
I problemi che affronteremo sono squisitamente religiosi: l'origine del mondo, la natura della realtà e dell'anima, la relazione fra lo spirito individuale e quello universale. Essi costituiscono quella filosofia perenne che trascende la contingenza, e che rappresenta l'unico possibile aspetto intellettualmente serio della religione, al di là della pur spettacolare varietà offerta dalle fedi.





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