24 gennaio 2011

Plutarco: "La mente non è un vaso da riempire"

Anche se non ha avuto nei tempi in cui visse un'influenza educativa, è difficile non parlare di Plutarco, (purtroppo oggi posto in secondo piano), tuttavia, fino al secolo scorso, considerato il testimone principale dei costumi e dell'educazione greca e romana, e anche fonte eccelsa di modelli formativi ancora attuali. 
Plutarco di Cheronea è anch'egli del I° sec. e di origine greca: famose furono per secoli le sue "Vite parallele degli uomini illustri", greci e romani, che offrivano modelli esemplari di vicende e personaggi, attraverso i quali però si intravvedevano anche i modi di vita di diverse situazioni storiche, forse un po' romanzate ma non priva di notazioni tuttora interessanti, perfino di carattere sociale. Si tratta di una quarantina di medaglioni, tuttora ripubblicati, da Teseo e Romolo ai contemporanei dell'autore, tendenti tutti a dimostrare una continuità, maggiore che non in realtà, fra gli ideali greci, ellenistici e romani. 
Plutarco fu anche autore delle "Operette Morali", nelle quali non mancano precetti pedagogici, alcuni dei quali anticipano di qualche secolo massime che poi saranno considerate avanzate, come ad esempio la famosa: "La mente non è un vaso da riempire, ma un legno da far ardere perchè s'infuochi il gusto della ricerca e l'amore della verità". In certo senso, Plutarco può essere visto come precursore di Montaigne e Locke, soprattutto per l'esaltazione della priorità spettante alla formazione del carattere.


Lasciamo perdere dunque simili forme di stupidità o millanteria e pur di apprendere e assimilare le riflessioni utili accettiamo anche le risatine di chi vuol dare a vedere di essere intellettualmente dotato, come fecero Cleante e Senocrate, che in apparenza erano più lenti dei compagni, ma in realtà non demordevano dall'apprendere e non si smarrivano d'animo, ed erano anzi i primi a prendersi in giro, paragonandosi a vasi dall'imboccatura stretta o a tavolette di bronzo, alludendo al fatto che facevano fatica ad accogliere le parole, ma poi le conservavano in modo saldo e sicuro39.
Perché non solo, come dice Focilide, spesso deve subire delusioni chi aspira alla virtù, ma spesso deve accettare anche di essere; deriso e schernito, e sopportare canzonature e volgarità pur di eliminare con tutto se stesso la propria ignoranza ed abbatterla.
Non bisogna trascurare, d'altra parte, nemmeno l'errore contrario, che taluni commettono per indolenza, col risultato di rendersi sgradevoli e fastidiosi: quando sono per conto loro non vogliono scomodarsi, ma poi disturbano chi parla sottoponendogli in continuazione domande sugli stessi argomenti, come uccellini implumi che stanno sempre a bocca aperta verso l'altrui bocca e vogliono ricevere da altri ogni cosa ormai pronta e predigerita. C'è poi chi aspira a guadagnarsi la fama di persona attenta e acuta dove non è il caso, e sfinisce chi parla a forza di chiacchiere e
di curiosità, sollevando in continuazione quesiti non necessari o chiedendo spiegazioni su argomenti che non ne hanno alcun bisogno: così strada corta diventa lunga, come dice Sofocle, e non solo per loro, ma anche per gli altri.
Interrompendo in continuazione il maestro con domande vane e superflue, come in un viaggio in compagnia, non fanno che intralciare l'andamento regolare dell'apprendimento, che subisce fermate e ritardi.
Questi tali somigliano, secondo Ieronimo, a quei cagnolini vili e insistenti, che in casa mordono le pelli delle fiere e ne strappano il vello, mentre se queste fossero vive si guaderebbero bene dal toccarle. Dobbiamo esortare i pigri di cui parlavamo a mettere insieme il resto da soli, una volta che l'intelligenza abbia fatto loro comprendere i punti essenziali, tenendo a mente quanto hanno ascoltato perché sia loro da guida nel proseguimento della ricerca e accogliendo la parola altrui come principio e seme da sviluppare ed accrescere.
La mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, di una scintilla che l'accenda e vi infonda l'impulso della ricerca e un amore ardente per la verità. Come uno che andasse a chiedere del fuoco ai vicini, ma poi vi trovasse una fiamma grande e luminosa e restasse là a scaldarsi fino alla fine, così chi si reca da un altro per prendere la sua parola ma non pensa di dovervi accendere la propria luce e la propria mente, e siede incantato a godere di ciò che ascolta, trae dalle parole solo un riflesso esterno, come un volto che s'arrossa e s'illumina al riverbero della fiamma, senza riuscire a far evaporare e scacciare dall'anima, grazie alla filosofia, quanto vi è dentro di fradicio e di buio.

Tratto da: Plutarco "L'arte di Ascoltare"

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